IL DJEMBE'


















djembe di fattura guineiana

















djembe di fattura senegalese
DJEMBE'
Delle origini storiche del djembè si sa soltanto che appartiene alla cultura dell'impero Malinké. Ovviamente nel contesto della tradizione orale esistono molte leggende su questo tamburo, ma la tesi più diffusa e condivisa da molti Djembefolà è che siano stati gli appartenenti alla casta dei fabbri a fabbricarlo e suonarlo per primi. In ogni caso tutti concordano sull'attribuire la nascita di tale strumento all' Antico Impero Mandingo, che nel momento di sua massima espansione, avvenuta sotto il regno di Manssa Moussa tra il 1342 e il 1360, si estendeva dalla costa atlantica, fino a Gao, sul fiume Niger.
Tecnicamente appartiene alla famiglia dei membranofoni a percussione.
E' un tamburo a forma di calice ricavato da un tronco d'albero scavato ed intagliato su cui viene montata una pelle solitamente di capra, tesa mediante delle corde originariamente con corde di fibra vegetale. Tramite la tensione delle corde il djembe raggiunge l'accordatura ideale (più i tiranti sono tesi, più il suono risulta secco ed acuto). Ovviamente la pelle regge la tensione fino ad un certo punto....essa non viene appoggiata direttamente sulla coppa del djembe, ma viene posta tra due cerchi di ferro in modo tale da fermarla.



Originariamente questi ferri erano costituiti da una sorta di liana chiamata kadan, da qui anche il nome di un ritmo diffuso in Guinea dove gli anziani ballano con gruppi cerchi di questa liana intorno alle caviglie provocando un caratterisatico rumore e scandendo il tempo.
I migliori strumenti vengono fabbricati dal cuore dell'albero.



La qualità che le caratteristiche del legno donano alle sonorità del tamburo sono molto importanti anche se inizialmente non sono percettibili da un neofita (lavorando, ci si fa l'orecchio ragazzi). La densità del legno è indipendente dalla sua durezza. Ad esempio, il teck o il linkè sono allo stesso tempo densi e piuttosto teneri, dunque più "facili" da lavorare. L'iroko è un legno molto denso e duro, lo "scavo" del tronco esige dunque un lavoro più lungo, cosa che influisce sul suo prezzo. Alcuni artigiani europei tendono a sperimentare fabbricando tamburi con legni che non sono d'origine africana, come, la quercia o l'olivo. Alcuni sono verniciati per proteggerli dall'umidità, ma il metodo tradizionale per mantenere e nutrire il legno è l'utilizzo del burro di karité, anche se posso essere impiegati altri oli vegetali come l'olio di lino e l'olio di palma.
Per la costruzione del djembe possono venir utilizzati legni diversi, a seconda delle proprietà che si vogliono donare allo strumento. Alcuni esempi sono:
Il teck (o tek). E' il legno più sfruttato nell'Africa Occidentale.. Lo si riconosce dal proprio aspetto venoso e artricolato ed il colore marrone-arancio; è tipico dei djembe originari del Senegal.
L'iroko
. Valutato per la sua buona densità, si distingue con il suo colore scuro nei toni marrone-violaceo e sfoggia rotture nette ed angolose ai posti dove la lama ha colpito. E' un legno dolce, facile da scolpire, presente in particolare nella zona dell'Abidjan.
Il Linguè (o linkè)(afzélia africana). E' un legno esotico meno duro da tagliare rispetto l'iroko e per questa ragione molto apprezzato dei maniscalchi africani. Sfoggia colori d'arancia più o meno scuri, il suo veinage è molto stretto. E' un tipo di legno molto usato in Mali e in Guinea.
Dugura (cordyla pinnata). Molto meno frequente ripetto al Linké, è di colore scuro più pesante, duro e denso, lo si trova anche in Mali ed in Guinea.
Vi sono poi altri legni come: Guéni (pterocarcus erinasceus), Acajou (khaya sénégalensis), il Kolatier (raro), il Manguier, l'Acacia, Boumou (bombax costatum). Alcuni artigiani europei propongono poi versioni realizzate con legni non esotici (faggio, quercia ecc...).
Il Djembe tradizionale viene tagliato da un solo blocco di tronco d'albero. Lavorati a mano, ogni strumento è una pezzo unico, anche se si possono individuare alcune grandi categorie di forme secondo le origini. Avrà la sua storia, possiederà il suo suono, le sue decorazioni. Con i Djembe industriali non si può più parlare di un pezzo personalizzato, ma di una regolarità nella qualità (o nella nullità, quella dipende). Si incontra di tutto: legno, materie composite, assemblaggi tradizionali o meccanici (come per le congas), pelli animali o pelli di plastica, ecc....
Nel caso foste decisi a spendere il vostro denaro in un djembe industriale (ma perchè?!?) fate molta attenzione al legno lamellare poichè molto poco resistente rispetto ad un blocco unico. Riguardo le materie composite...Vantaggio: sono meno inclini alle intemperie ed alle variazioni di temperatura, non chiedono alcuna manutenzione. Inconveniente: impossibilità di modificare lo strumento successivamente praticamente nulle. Attenzione al suono, alcuni strumenti hanno suoni che si allontanano parecchio da quelli tradizionali. Alcuni tamburi utilizzano anche un montaggio meccanico per la pelle (con le chiavette....),certamente comodo vista la facilità del montaggio, ma costringe spesso successivamente a comperare le pelli proposte dal fabbricante. Le pelli in commercio per questo genere di djembe possono essere animali o di plastica.........evitate la plastica!

SCEGLIERE UN DJEMBE'
Un djembe non deve riportare alcuna fenditura né traccia di riparazione. Inizialmente, la fabbricazione di un tamburo era una vera e propria cerimonia : dopo avere scelto l'lbero da abbattere, prima di tagliarlo gli veniva chiesto perdono . Quindi, una volta abbattuto, il legno era messo al riparo per uno o due anni in modo da essere completamente secco. Si procedeva allora all'intaglio, e solo il cuore dell'albero era utilizzato. Tutta la famiglia del maniscalco partecipava al "rito", i più piccoli apprendisti sbozzavano il tronco, i più vecchi gli davano la sua chiave finale (equalizzazione degli spessori e sculture personalizzate). Il legno, già secco prima di essere lavorato, non è incline a nessuna deformazione ulteriore, durando spesso molte generazioni prima di diventari inutilizzati. Al giorno d'oggi, il commercio ha preso il sopravvento, e per le forte richieste di mercato il legno potrebbe esser tagliato la vigilia, o addirittura durante la stagione delle pioggie, spesso in legno più dolce (dunque più facile e più rapido da lavorare). E il maniscalco userà la totalità del tronco che può (per preoccupazione di redditività). Ecco perché numerosi tamburi attuali si deformano, si fendono man mano che il legno termina l'esiccazione (alcuni legni tropicali rimpinzati possono perdere così molti chili così). Ancora, bisogna fare molto attenzione ai piccoli fori che potrebbero decorare il fusto: non siete da soli, ma qualche piccolo popolo ostile vive nel djembe e ne divora la carne. Tarme e affini non soltanto scaveranno gallerie e trasformeranno il vostro strumento in una fetta di groviera, ma potrebbero anche (e là si comincia davvero a impazzire) decidere di fondare colonie in spedizione nel vostro mobile preferito stile Luigi XVI. Verificare anche il fondo della coda che, attraverso attriti permanenti dovuti al gioco in posizione seduta, sarà grattato, utilizzato, limato.

A questo proposito si può coprire il piede del vostro djembe con della pelle di mucca rasata, con della guaina di plastica, con del metallo.

LA FORMA
Dipenderà dall'origine: Guinea, Mali, Burkina-Faso, Senegal, Costa d'Avorio:
I djembe senegalesi hanno la coppa molto pronunciata come un bicchiere di vino. Sono senegalesi i tamburi che solitamente si trovano nei mercatini sparsi per le piazze.
I djembe maliani di fattura vecchia li hanno la particolarità d'avere una coda molto breve superata da una coppa di forma panciuta. Recentemente, diversi maniscalchi maliani si sono messi a produrre tamburi simili a quelli guineiani.
I Tamburi ivoriani sono spesso l'opera di maniscalchi guineani immigrati (a Abidjan soprattutto). Si distinguono due grandi tipi: gli uni, piccoli ma potenti, hanno una cassa ed una coda piuttosto ampia. Provengono spesso da Bouaké, e Sougalo Coulibaly ha molto contribuito alla loro divulgazione in Europa, gli altri sono molto grandi e molto ampi, possiedono spesso decorazioni scolpite sul piede e provengono di solito d'Abidjan. Sono preferiti i di Mamady Keita. I guineani sono piuttosto di dimensione media, con una coda piuttosto diritta sulla quale appoggia una coppa arrotondata. Infine, alcuni hanno forme molto strane: sia che abbiano subito deformazioni durante la loro esistenza, sia che siano stati richiesti esplicitamente in un certo modo. Eccetto le questioni estetiche, si avrà comunque interesse a privilegiare la sonorità nella propria scelta, visto che la funzione prima dev'essere quella di suonare e non di troneggiare in mezzo al vostro salone.

IL SUONO
La cosa realmente importante per un buon tamburo è la sonorità che offre. Soprattutto per un acquirente inesperto, valutare un tamburo per il suono non è una cosa facile. Innanzitutto un acquirente inesperto di solito non sa suonare, poi raramente la pelle montata su un djembe ancora invenduto è tirata a sufficienza. Bisogna vedere anche se la pelle è di qualità buona o meno: troppo spessa, troppo fine, vecchia....L'unico modo è farsi consigliare da chi ne sa! Il suono dipende sia dal tipo di legno, sia dalla forma e dalle dimensioni del tamburo. Con l'esperienza ognuno potrà poi capire quali sono le caratteristiche del tamburo che più si avvicina a ìi propri gusti e alle proprie esigenze.






in parte gentilmente concesso da www.djembefola.it

I DUNDUN



DUNDUN
Triade di tamburi bipelle di forma cilindrica appartenenti alla tradizione malinké. A seconda delle etnie vengono chiamati Dundun, DjunDjun o Dunun. I tre tamburi presi singolarmente hanno poi tre nomi specifici, Dununbà (il più grande, il basso), Sangban (il medio, il contralto) e Kenkenì (il più piccolo, il soprano). Ogni tamburo ha poi la sua campana abbinata (cloche).

particolare di campana

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Sempre a seconda delle etnie questi tamburi vengono suonati in maniere diverse; In Guinea, per esempio, ogni tamburo con la sua campana viene suonato singolarmente in posizione orizzontale da un musicista; mentre in Senegal, spesso vengono suonati contemporaneamente da un solo musicista in posizione verticale (tipo batteria) e le campane vengono eliminate o ridotte ad una sola e suonate da un'altro musicista.

Nel caso invece si tratti di "ballett", cioè di una forma artistica di esibizione spettacolare e più occidentalizzata, in Guinea i djundjun vengono suonati a triade e singolarmente con questo schema: uno o più musicisti suonano una triade formata da un doununbà e da due kenkenì accordati in maniera leggermente diversa tra loro; un musicista (sangbanfolà) suona il sangban con campana a tracolla.

dundun suonati alla guineiana (sinistra) e alla senegalese (destra)

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La maggior parte dei ritmi si differenziano gli uni dagli altri dalle figure ritmiche dei dundun, mentre in genere, le figure ritmiche dei djembè si rassomigliano tra loro.
I dundun montano pelle bovina ed il sistema utilizzato x il montaggio ed il tiraggio è uguale. Esiste anche un'altro sistema di montaggio, più naturale, che non prevede l'utilizzo di cerchi di ferro che potrete osservare
qui; Essendo la pelle di bovino più spessa di quella di capra è consigliabile tirare e accordare i tamburi uando la pelle è ancora umida; il legno può essere di tutte le essenze già citate x il djembè.
I colpi su questi tamburi sono essenzialmente due, uno aperto e uno pressato, e per suonarlo vengono utilizzate delle mazze che, sempre a seconda dell'etnia, possono avere spessori e forme diverse. Per quanto riguarda la scelta dal dundun riguardante la sua condizione ed il suo suono valgono i consigli già dati per il djembè

metodo di montaggio senza cerchi gentilmente offerto da www.benkadi.altervista.org




IL BOUGARABOU



BOUGARABOU
Il buogarabou è uno strumento proveniente dal sud del Senegal e dal Gambia e che viene associato ad alcuni tipi di celebrazioni ma che ormai viene costruito in molte parti dell'africa sub-sahariana. La sua storia e la sua origine non sono però ben chiare, a causa forse della scarsa diffusione europea di questo strumento. Quello che è chiaro è che, con molte probabilità, il bougarabou è uno degli antenati delle congas sudamericane. Da un occhio inesperto potrebbe essere facilmente scambiato per un djembè e in effetti sono simili ma ha delle caratteristiche che lo differenziano fondamentali.

-la pelle è bovina e non caprina e generalmente non viene rasata;

-la pancia (parte superiore del calice) è in proporzione molto più grande del piede (parte inferiore), di circa 5-6 volte, e scende giù in modo dritto fino alla strozzatura.

-il tiraggio è molto meno marcato rispetto a quello del djembè, per ottenere un suono molto simile a quello delle congas.

Il bougarubou si suona generalmente in coppia o in triade, accordando i tamburi tra loro ma può essere suonato anche come il djembè. I colpi su bougarabou sono essenzialmente 3 ma, come per gli altri strumenti, ci sono innumerevoli variazioni: il bass, che al contrario delle congas e similmente al djembè, è profondo; il tone, che in questo caso è molto caldo; lo slap chiuso. Lo slap, come lo conosciamo sul djembè, è sconsigliato perchè poco distinguibile dal tone e dal suono poco orecchiabile. (descrivere i suoni x inscritto è alcuanto difficile... bisogna provare x rendersi conto..).

Esistono poi, a seconda della provenienza, diverse forme di bougarabou con forme che si avvicinano o più ai djembè, o più alle congas.

I metodi di montaggio, tiraggio, scelta, ecc. sono uguali a quelli del djembè.

IL TAMA

TAMA
Tamburo a clessidra bipelle originario dell'africa sub-sahariana. Il fusto è in legno mentre la pelle può essere sia di capra che di iguana. Le corde, originariamente in pelle, sono lasciate molto lente. Tama è il nome che gli viene dato in Senegal come in Mali, ma in occidente è conosciuto come "tamburo parlante" (talking drum). Il nome deriva dalla caratteristica principale di questa percussione: è in grado di riprodurre i linguaggi tonali. Esistono versioni diverse nelle dimensioni, ma la morfologia è identica.
La posizione per suonare è particolare: il tamburo viene posizionato orizzontalmente sotto l'ascella e tramite il movimento di compressione del braccio viene variato il suono. A questo movimento si aggiunge, ovviamente, la percussione della pelle con un battente di legno ricurvo a forma di "L" e con la mano del braccio che agisce sullo strumento.
Le dimensioni e il peso sono contenuti, ma in Burkina Faso e in altri Paesi si può arrivare ad avere tamburi parlanti lunghi un metro. In questo caso la tecnica e la posizione usata per suonare non cambiano, ma invece che rimanere sospeso, il cerchio inferiore viene fatto toccare a terra.
Le popolazioni locali lo usano, oltre che in funzione ritmica di supporto alle danze, come mezzo per comunicare attraverso un linguaggio molto preciso fatto delle varie sonorità. con la mano libera l'esecutore impugna un battente di legno ricurvo a forma di "L" con cui suona sulla pelle anteriore. Lo strumento non è facile da suonare correttamente ma vale la pena di provare perché produce effetti bellissimi.
Questo strumento è molto legato alla tradizione griot (djeli) dei paesi del golfo di guinea.. I griot, i cantastorie africani, fin dai tempi antichi vagano per i villaggi, raccontando storie e fatti di cronaca con la musica, e si accompagnavano con strumenti piccoli, adatti ai loro lunghi spostamenti...un djembè sarebbe stato troppo pesante per questo prediligevano il tamà, o lo 'ngoni, appartenente alla famiglia dei liuti.
classica posizione sotto l'ascella

parte del testo è stata gentilmente offerta da www.djembemania.com
LA KORA























La kora un'arpa di origine africana, in particolare del Mali, Guinea, Senegal e Gambia.
E' costituita da una grande mezza zucca che fa da cassa di risonanza, una pelle di capra come piano armonico e da un lungo bastone (manico) dove vengono attaccate le corde.
In più ha due asticelle di legno ai lati del manico che servono a sorreggerla mentre la si suona.
Le corde, in nylon, sono 21 e, divise in 10 ed 11, partono da un'anello a cui sono ancorate, passano per il ponte (sui due lati) ed arrivano al manico. Alcune kora moderne (in particolare costruite nella regione di Casamance, nel Senegal meridionale) hanno alcune corde aggiuntive (fino a quattro) dedicate ai bassi.


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Tradizionalmente le corde sono fissate al manico tramite lacci di cuoio mobili, ultimamente vengono utilizzati due metodi nuovi che fanno uso di chiavi
La kora è uno degli strumenti più recenti utilizzati dai djeli mandengue per raccontare, con la musica e con il canto, le gesta dei grandi eroi. Sembra infatti che sia comparsa alla fine del XVIII° secolo nella regione che oggi comprende il Gambia, la Casamance e la Guinea Bissau.
Sembra che il suo arrivo in Mali sia invece recente, si parla di una sessantina d'anni, portata da due musicisti maliani che erano andati a studiare all'estero, Sidiki Diabate (padre del grande Toumani Diabate) e Batorou Sekou Kouyate, entrambi autori, insieme a Djelimady Sissoko (padre di Ballake Sissoko) del bellissimo cd "New Ancient Strings".
Da quel momento la scuola maliana è diventata una tra le più rinomate sfornando grandi artisti dello spessore dello stesso Ballake Sissoko.

Il suo suono, inconfondibile e armonioso, ha accompagnato per secoli la vita nei villaggi e nelle corti dell'africa sub-sahariana ed ha fatto innamorare tanti grandi musicisti una volta sbarcata in occidente. Per ricordarne alcuni, Taj Mahal che, con il grande Toumani Diabate ha inciso Kulanjan, l'incontro tra il vecchio blues del Mississipi e l'antico blues Maliano, Bob Brozman che con Djeli Moussa Diawara ha dato vita ad Ocean Blues, il connnubio tra kora e slide guitar , Ludovico Einaudi e Ballake Sissoko pianoforte e kora l'unione tra musica classica europea e africana.

La tradizione prevede quattro diverse accordature, dette tomora ba (o sila ba), hardino, sauta e tomora mesengo; corrispondono grosso modo alla scala maggiore, alla scala minore, alla scala lidia e alla scala blues.

L'esecutore suona la kora ponendola di fronte a sé, sorreggendola con le due dita medie che fanno presa su due asticelle di legno. Le corde vengono pizzicate con l'indice ed il pollice di entrambe le mani. 11 corde sono suonate con la mano sinistra, e 10 con la destra. I suonatori esperti sono in grado di eseguire contemporaneamente un accompagnamento ostinato (detto kumbeng) e un'assolo improvvisato (biriminting).




LO N'GONI

N'GONI

Lo N'goni è un strumento antichissimo, originario di svariati gruppi etnici delle savane del Sahel, diffuso soprattutto in Mali, Burkina Faso, Niger, Liberia e Senegal. Esistono due principali categorie di strumenti denominati n'goni, strumenti ad arpa (kamale n'goni, dozo n'goni), e strumenti a pizzico (n'goni, djeli n'goni).

Lo n'goni, vero e proprio, a pizzico, è composto da una cassa di risonanza di forma ovale che può essere fabbricata attraverso l'incavatura di un tronco di legno o ricavata da una zucca ovale ed allungata tagliata a metà.La cassa di risonanza è ricoperta da una pelle di capra. Tra la cassa e la pelle è incastonato un bastone. Sull'estremità superiore del bastone vengono fissate le corde (generalmente 3, 4 o 5), tese fino ad un foro, effettuato nella pelle di capra, creato per la fuoriuscita del suono. Le dimensioni del bastone variano tra i 50 cm e i 60 cm. Mentre la cassa di risonanza può misurare da un minimo di 30 cm fino ad un massimo di 40-50 cm di lunghezza (per 10-20 cm di profondità). Lo n'goni è un odegli strumenti più usati dai djeli (o griot), lo djeli n'goni è il loro strumento ed è come uno n'goni ma più grande.





I due principali n'goni ad arpa solo il Dozo N'goni (suonato tradizionalmente dai dozo, "cacciatori" in lingua Bambarà) e il Kamale N'goni (suonato dai griots e dai musicisti in feste, matrimoni, spettacoli, ecc.). Sono costituiti da mezza zucca circolare che fa da cassa di risonanza su cui viene montata una pelle di capra. Il manico, di legno, è infilato nella zucca parallelo alla pelle e vi sono fissate le corde che variano da un minimo di 6 (dozo n'goni) fino a 14 (kamale n'goni). Il numero di corde varia a seconda dell'etnia e della provenienza. Alle volte in cima al manico viene montata una sonagliera simile a quella usata sui djembe per colorire il suono.

In Burkina Faso una leggenda racconta che lo N'goni sia stato inventato dal noto cacciatore Suliman. C'era una volta Suliman, coraggioso cacciatore Senufo. Suliman si svegliava ogni mattina molto presto per andare a cacciare. Una notte, in sogno, udì una voce che gli spiegò come fabbricare uno strumento musicale che si chiamava N'goni. All'indomani si svegliò come ogni giorno per andare a caccia e si ricordò del sogno. Passò tutta la mattina ripensando a quella voce, senza riuscire però a dare un senso alla faccenda. A metà giornata, stanco di tanto camminare, decise di riposarsi un po' e si coricò ai piedi di un grosso albero.Improvvisamente fu svegliato da un rumore proveniente da un cespuglio lì vicino. In quella, scattò in piedi, afferrò la sua arma, se la posizionò rapidamente sulla spalla e sparò a ciò che credeva essere un animale. Si avvicinò con circospezione al cespuglio per vedere di che si trattava, ma non trovò nulla apparte le foglie che aveva mosso con lo sparo. Deluso, decise di proseguire la sua giornata di caccia. Ma appena voltò le spalle, proveniente dal cespuglio, tornò a manifestarsi la stessa voce del sogno che gli spiegò un'altra volta come fabbricare lo N'goni. Appena tornato a casa, Suliman si mise subito al lavoro. Prese una zucca, una pelle di capra e del legno e cominciò a forgiare lo strumento che la voce gli aveva descritto. Quando lo terminò, lo chiamò Dozo N'goni ("N'goni del cacciatore") e da allora viene sempre utilizzato per decantare le gesta dei cacciatori valorosi.

In Mali invece si racconta che lo strumento originario fosse composto di una sola corda e che fosse lo strumento favorito dei pastori di etnia Fulè o Peul, che lo utilizzavano per accompagnare al pascolo i greggi di pecore e le mandrie di vacche. Poco a poco lo N'goni, per opera dei virtuosi griots Malinkè, ha conosciuto un'evoluzione che l'ha portato alla versione a 4 corde, che risultava musicalmente più complessa e più gradevole all'ascolto. Da questa vicenda deriva l'appellativo Jeli N'goni, ovvero "Liuto dei Griots". Oggi presso i Peul è dotato di 3 corde ed è noto con il nome di Gaaci. Svolge un'importante ruolo anche nella società odierna perchè è utilizzato in differenti situazioni: dallo svago ai matrimoni, dalla festa del Tabaski a quella di fine Ramadan. E' uno strumento simbolo di pace e unione ed è sempre portatore di buone novelle. Ne esiste anche una versione monocorde, che rievoca quella originaria, chiamata Molaaru. Viene suonata spesso sola oppure, in rappresentazioni e spettacoli pubblici, anch'essa accompagnata da strumenti come calebasse, tunbudé e piccole percussioni.Presso i Soninkè è chiamato Ganbarè ed è composto di 3 o 4 corde, ognuna delle quali ha un nome proprio. E' solitamente accompagnato da 2 percussioni che si suonano in piedi per suonare nello stile Sunke (che letteralmente significa "chiacchierata intima"), genere musicale specificamente rappresentativo della tradizione Soninkè ed utilizzato in diverse occasioni: battesimi, circoncisioni, matrimoni, festa del Tabaski e di fine Ramadan. Il Ganbarè è utilizzato anche per animare le feste e le manifestazioni dei griots.

Presso i Tuareg lo N'goni ha 3 corde, viene suonato generalmente da solo ed chiamato Tehardent.Può essere accompagnato da alcune calebasses per creare il Takanba, in occasione di battesimi, matrimoni e feste di benvenuto. Altrimenti viene suonato da solo, al massimo accompagnato da una voce.E' lo strumento evocatore per eccellenza della guerra e dell'amore, due temi frequentemente sviluppati dai musicisti Tuareg. I brani musicali più diffusi suonati con il Tehardent sono Yali (nome di un luogo scenario di una cruenta battaglia tra Peul e Tuareg), Njeru (dedicato ai nobili Peul che vivono in armonia con i Tuareg), Mulay (nome di uno Sharif), Tangaani (nostalgica canzone d'amore) e Jaba (nome di un'isola ricca di burgu, un'erba che i greggi brucano al ritorno dalla transumanza).

Come si può notare anche per lo N'goni vale la regola della tradizione orale africana, per effetto della quale è impossibile conoscere uno strumento, un ritmo, una canzone, una persona o un gruppo di persone con un nome universale. Ogni gruppo etnico infatti chiama a modo suo lo N'goni. I Bambarà, per esempio, lo chiamano Bamanah N'goni, mentre presso i Songhaï è noto come Njarkat

. Baba Sissoko e il suo n'goni "moderno"

in parte gentilmente offerto da www.djembe.it